La psicologia dello shopping!

Molti studiosi si sono interrogati sulle modalità con cui l’uomo prende una decisione. Inizialmente, i ricercatori hanno proposto un modello teorico secondo cui l’essere umano è razionale: in base a tale ipotesi il processo decisionale si conclude nell’opzione che reca un maggior guadagno al decisore; tuttavia, dati empirici hanno messo in discussione tale assunto di base, evidenziando come gran parte delle scelte non vengono compiute mediante criteri razionali. Herbert Simon, economista, psicologo e informatico statunitense ha introdotto il concetto di razionalità limitata che evidenzia i limiti della mente umana, i quali non rendono il processo decisionale razionale: le persone non dispongono di informazioni complete o di un sistema di preferenze stabile

Antonio Damasio – neurologo, neuroscienziato, psicologo e saggista portoghese – ha formulato l’esistenza dei marcatori somatici, ossia sensazioni piacevoli o spiacevoli  associate a segnali corporei che permettono di anticipare le emozioni che si provano in seguito a una scelta e che vanno ad influenzare quest’ultima.

Egli ritiene che le esperienze emozionali siano radicate nel corpo umano e che vengano coinvolte in maniera decisiva durante le fasi decisionali. A sostegno di tale ipotesi, evidenze scientifiche hanno messo in luce come le persone con danni celebrali nelle aree prefrontali ventromediali, pur presentando un’intelligenza e una capacità sociale a livello normale, hanno difficoltà nei processi decisionali a causa di una mancata attivazione dei segnali corporei associati alle emozioni (marcatori somatici).

Secondo tale teoria, i suddetti marcatori gestiscono i comportamenti di evitamento e di avvicinamento: quando in una determinata situazione nell’organismo si presenta un segnale corporeo positivo – associato ad esempio alla gioia – esso viene espresso con un comportamento inconscio di avvicinamento, mentre quando si verificano segnali corporei negativi, associati ad esempio alla paura o alla vergogna, questi determinano di solito l’evitamento di situazioni analoghe.

In altre parole, i segnali corporei sono lo step precedente al processo decisionale razionale, collegando le emozioni con i ricordi di determinati avvenimenti e creando una sorta di memoria emozionale: se si è nuovamente esposti a uno stimolo che precedentemente ha suscitato una determinata emozione, quest’ultima viene rivissuta  e determina una scelta anziché un’altra.

Le emozioni, infatti, agiscono come una sorta di sistema di guida che orienta in una determinata direzione gli esseri umani quando sono in procinto di compiere una scelta.

Ogni comunicazione pubblicitaria e ogni strategia di marketing stimola un’emozione positiva che determina un marcatore somatico, il quale viene attivato ogni volta che il consumatore entra in contatto con il prodotto o con la marca sponsorizzata, finendo inevitabilmente per influenzare le decisioni d’acquisto..

Ad esempio, se ad un determinato capo di abbigliamento viene associato un profumo piacevole, in quanto caratterizzante il punto vendita, il marcatore somatico elicitato dalla gradevolezza del profumo si attiverà anche semplicemente al contatto con il capo di abbigliamento stesso favorendo l’acquisto del capo stesso.

In altre parole, tendiamo ad acquistare i prodotti che riescono ad attivare con più frequenza e intensità sensazioni corporee piacevoli.


Per saperne di più: https://www.stateofmind.it/2019/04/decisioni-acquisto-emozioni/

Cambiare!

“Il primo passo non ti porta dove vuoi, ma ti toglie da dove sei.” A. Jodorowsky

Vale la pena ricordare questo… per avere ben presente il concetto di cambiamento e non incorrere in facili delusioni.

Il cambiare non è qualcosa di magico, ma è un processo che nel suo delinearsi ci permette di tenere ben a mente quello che siamo e tuttavia di proiettarci nel futuro in modo nuovo.

Il cambiare è meraviglioso…ma anche difficile! Perché le situazioni che viviamo comunemente, seppur magari poco piacevoli, sono anche quelle alle quali siamo più abituati…e che a volte ci spaventano di meno.

Per cambiare, invece, bisogna mettersi in gioco e confrontarsi con il nuovo…. Fare la cosa che probabilmente ci viene meno facile e che sicuramente ci costerà più fatica.

Senza contare che i risultati non li vedremo subito…all’inizio saranno quasi impercepibili e magari anche deludenti.

Inoltre, nel processo di cambiamento, bisognerà scontrarsi con il fatto che le altre persone non cambieranno con noi. D’altronde, se è già così difficile cambiare noi stessi, come possiamo pensare di riuscire a cambiare gli altri? Nel migliore dei casi saranno indifferenti al nostro cambiamento, nel peggiore ne saranno spaventati e cercheranno di opporsi.

E allora tutta questa fatica per cosa? Tutto questo impegno per smuovere di poco quell’ingranaggio così complesso che è la nostra vita.

Ebbene sì, tutta questa fatica per questo, perché quell’ingranaggio non lo dobbiamo solo smuovere, ma lo dobbiamo capire, accettare e anche curare.

Solo in questo modo ricomincerà a funzionare in modo più fluido…. e il cambiamento non sarà più qualcosa da cercare, ma qualcosa da preservare. Perché in fondo si cambia ogni giorno…. Ma è giusto capire la direzione verso la quale stiamo andando.

EMDR

L’EMDR (dall’inglese Eye Movement Desensitization and Reprocessing, Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) è un approccio terapeutico utilizzato per il trattamento del trauma e di problematiche legate allo stress, soprattutto allo stress traumatico.

L’EMDR si focalizza sul ricordo dell’esperienza traumatica ed è una metodologia che utilizza i movimenti oculari o altre forme di stimolazione alternata destro/sinistra per trattare disturbi legati direttamente a esperienze traumatiche o particolarmente stressanti dal punto di vista emotivo.
Dopo una o più sedute di EMDR, i ricordi disturbanti legati all’evento traumatico hanno una desensibilizzazione, perdendo la loro carica emotiva negativa. L’immagine cambia nei contenuti e nel modo in cui si presenta, i pensieri intrusivi in genere si attutiscono, diventando più adattivi dal punto di vista terapeutico e le emozioni e sensazioni fisiche si riducono di intensità.

L’approccio EMDR è basato sul modello di elaborazione adattiva dell’Informazione (AIP). Secondo l’AIP, l’evento traumatico vissuto dal soggetto viene immagazzinato in memoria insieme alle emozioni, percezioni, cognizioni e sensazioni fisiche disturbanti che hanno caratterizzato quel momento. Tutte queste informazioni immagazzinate in modo disfunzionale, restano “congelate” all’interno delle reti neurali e incapaci di mettersi in connessione con le altre reti con informazioni utili. Le informazioni ”congelate” e racchiuse nelle reti neurali, non potendo essere elaborate, continuano a provocare disagio nel soggetto, fino a portare all’insorgenza di patologie come il disturbo da stress post traumatico (PTSD) e altri disturbi psicologici. Le cicatrici degli avvenimenti più dolorosi, infatti, non scompaiono facilmente dal cervello: molte persone continuano dopo decenni a soffrire di sintomi che ne condizionano il benessere e impediscono loro di riprendere una nuova vita.
L’obiettivo dell’EMDR è quello di ripristinare il naturale processo di elaborazione delle informazioni presenti in memoria per giungere ad una risoluzione adattiva attraverso la creazione di nuove connessioni più funzionali. Una volta avvenuto ciò, il paziente può vedere l’evento disturbante e se stesso da una nuova prospettiva.

Nel lasso di trent’anni dalla sua scoperta, ad opera della ricercatrice americana Francine Shapiro, l’EMDR ha ricevuto varie conferme scientifiche. Oggi è riconosciuto come metodo evidence based per il trattamento dei disturbi post traumatici, approvato, tra gli altri, dall’American Psychological Association(1998-2002), dall’American Psychiatric Association (2004), dall’International Society for Traumatic Stress Studies (2010) e dal nostro Ministero della salute nel 2003. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nell’agosto del 2013, ha riconosciuto l’EMDR come trattamento efficace per la cura del trauma e dei disturbi ad esso correlati.

FONTE: http://emdr.it/

Il male di vivere: la depressione

 

Il disturbo depressivo indica l’emergere  di forti emozioni legate alla dimensione di colpa, vergogna, e rabbia, vissute con un pervasivo senso di tristezza e disperazione. Queste emozioni interferiscono potentemente con la visione del mondo e con le capacità cognitive e di interazione sociale.

La crisi depressiva rappresenta quindi un momento di perturbazione dell’equilibrio personale e può evolvere sia verso esiti di cambiamento che permettono  un equilibrio più funzionale (crisi utile), sia verso un collasso delle proprie capacità di organizzare in modo adattivo la visione del mondo e il senso dell’esistenza.

Nel DSM 5, uno dei principali manuali diagnostici per i disturbi mentali, per la diagnosi di Depressione maggiore vengono riportati i seguenti sintomi:

  • Umore depresso per la maggior parte della giornata (es. sentirsi triste, vuoto, senza speranza).
  • Diminuzione dell’interesse o del piacere nel fare qualsiasi cosa.
  • Perdita di peso o alterazioni dell’appetito (aumento o diminuzione significativi)
  • Sensazione di fatica e di perdita delle energie
  • Bassa autostima e sensi di colpa eccessivi
  • Maggior difficoltà nel pensare e restare concentrati, oppure patologica indecisione.
  • Ricorrenti pensieri di morte.

La sintomatologia tipicamente è più intensa al mattino e migliora nel corso della giornata, ma vi sono delle eccezioni.

Non è però necessario presentare tutti questi sintomi perché si parli di depressione maggiore, perché questa può manifestarsi con diversi livelli di intensità. Alcune persone, per esempio, possono presentare sintomi depressivi di bassa intensità come risposta fisiologica a gravi eventi di perdita o comunque di cambiamento. Altri, invece, possono sperimentare un numero elevato di sintomi, con una maggiore intensità, così da non riuscire più a svolgere le normali attività quotidiane.

In ogni caso non siamo di fronte ad un fisiologico calo dell’umore, ma ad una patologia vera e propria, che va ad inficiare la qualità della vita e il nostro modo di funzionare, sia nell’ambito lavorativo, sia nel contesto familiare e sociale.

 

Nella depressione i sintomi sono molto simili per tutti, ma, nonostante ciò, si generano e si stabilizzano per ogni persona per una ragione unica ed individuale.

La psicoterapia parte proprio da questo principio, individuando l’origine del malessere soggettivo e valorizzando le personali esperienze vissute dal paziente, perché a parità di esperienza, non è detto che tutti sviluppino determinate reazioni e determinati sintomi. Un percorso terapeutico sarà inoltre in grado di individuare le personali risorse del soggetto, affinché possa, nel più breve tempo possibile, riprendere le normali attività quotidiane e stabilizzare nuovamente l’umore.

Accanto alla psicoterapia, il trattamento farmacologico può rivestire un ruolo importante nelle fasi preliminari del trattamento, perché permette al soggetto di inibire la sintomatologia che inizialmente occupa gran parte dei propri pensieri.

Che ansia!

L’ansia non è altro che una reazione di eccessiva preoccupazione di fronte ad un evento che normalmente non viene considerato spaventoso. Il soggetto che la sperimenta non è in grado di spiegarsela e lui stesso la ritiene ingiustificata, o quantomeno sproporzionata o indesiderata.

In alcuni casi l’ansia può dar vita a vere e proprie fobie, cioè tende a svilupparsi in circostanze ben precise (luoghi, oggetti, situazioni), originando anche attacchi di panico. Nell’attacco di panico la persona sperimenta una sensazione di intensa paura e disagio, accompagnata anche da sintomi somatici come palpitazione, sudorazioni, dolore o fastidio al petto, nausea, vertigini, tremori, sensazione di asfissia. La percezione è che stia per accadere qualcosa di pericoloso o catastrofico e che sia necessario allontanarsi da dove ci si trova. Ciò porta poi la persona ad evitare le circostanze che ritiene causa d’ansia, vivendo così con mille limitazioni, stretta in una gabbia soffocante.

In altri casi, invece, l’ansia può diventare generalizzata, perché non è più circoscritta a determinate situazioni, ma al contrario riguarda numerosi eventi e circostanze. Le preoccupazioni, in questo caso, sono numerose e al termine di una ce n’è subito un’altra; sono accompagnate da emozioni di allarme, di inquietudine e a volte da sintomi somatici come bocca asciutta, tachicardia, sudorazione, nausea, diarrea, difficoltà a deglutire e nodo alla gola. Proprio queste sensazioni fisiche possono a volte creare allarme perché sono confuse con manifestazioni di vere e proprie malattie e portano a richiedere l’intervento del medico di base o di altri professionisti, come il cardiologo o il gastroenterologo. Inoltre non è da sottovalutare che l’ansia stessa può diventare fonte di ansia, perché si finisce con l’essere preoccupati per le proprie preoccupazioni con pensieri come “…. Non riuscirò a controllare questa preoccupazione; … non smetterò mai di preoccuparmi; …. Starò male se continuerò a preoccuparmi così”.  Il tutto genera perciò un circolo vizioso che finisce con l’aggravare i sintomi e le difficoltà quotidiane.

TERAPIA

Nell’ansia  i sintomi sono molto simili per tutti, ma, nonostante ciò, si generano e si stabilizzano per ogni persona per una ragione unica ed individuale.

La psicoterapia parte proprio da questo principio, individuando l’origine del malessere soggettivo e valorizzando le personali esperienze vissute dal paziente, perché a parità di esperienza, non è detto che tutti sviluppino determinate reazioni e determinati sintomi. Un percorso terapeutico sarà inoltre in grado di individuare le personali risorse del soggetto, affinché possa, nel più breve tempo possibile, riprendere le normali attività quotidiane e stabilizzare nuovamente l’umore.

Accanto alla psicoterapia, il trattamento farmacologico può rivestire un ruolo importante nelle fasi preliminari del trattamento, perché permette al soggetto di inibire la sintomatologia che inizialmente occupa gran parte dei propri pensieri.

Ricordando…

Cosa sono i ricordi?

Beh, i ricordi sono la nostra storia, la nostra narrazione…

Sono quello che siamo stati e influiscono su quello che potremmo essere.

Tutti noi abbiamo molti ricordi costuditi nella nostra mente… e tutti inevitabilmente sono colorati dalle emozioni.

Alcuni ricordi sono felici: il nostro primo giorno di scuola, la carezza di un nonno, il primo amore, l’abbraccio ad un figlio….

Alcuni ricordi sono dei profumi, che ci accarezzano e ci riportano nel passato. L’olfatto è un potente attivatore di quello che è stato… ci sono odori che non si dimenticano: l’odore di erba tagliata, per esempio, mi riporta alla mia infanzia e mi attiva una nostalgica felicità per quella libertà e spensieratezza che è tipica dei bambini; mi coccola e nello stesso tempo mi pizzica, mi scalda e poi mi brucia quando mi rendo conto che alcune cose non torneranno più.

I ricordi sono così: ci sfregano il viso come il vento e la pioggia in una giornata afosa….  Come un temporale estivo…. Ci rinfrescano, ma ci possono spaventare per la loro potenza.

Anche perché non sempre i ricordi sono felici!

La nostra vita è purtroppo costellata da eventi che preferiremmo non fossero accaduti, che vorremmo dimenticare e che ci possono ancora dopo tempo infliggere tristezza.

Quando il ricordo di questi eventi ritorna a galla è come se fossimo di nuovo nel bel mezzo della tempesta… e spesso l’unica cosa che cerchiamo di fare è scappare dalla nostra mente e da quelle emozioni che proviamo.

Eppure pesiamoci, che male può farci un ricordo? non siamo più nella tempesta…. Quella l’abbiamo superata e ci ha resi in fondo quello che siamo ora

Rimangono le emozioni… ma queste non possono che accompagnarci… a volte ci scalderanno come sa fare il sole nelle giornate di primavera…altre volte ci scotteranno

Ma ci priveremmo del sole perché a volte ci brucia?

Essere resilienti

 

Non sappiamo quanto sale la vita può riservarci; l’unica cosa che sappiamo è che un cucchiaio si sale in un bicchiere d’acqua rende questa amara. La stessa quantità sciolta in un lago nemmeno si percepisce.

Questa è la resilienza: la nostra capacità di far fronte alle difficoltà della vita e di riorganizzarci in modo adattivo…  In altre parole: quanta acqua siamo in grado di aggiungere al sale.

Noi tutti siamo resilienti: gli esseri umani hanno la capacità innata di superare traumi, lutti o incidenti. Certo non è immediato e si ha bisogno di tempo..ma si va avanti, si trova un nuovo equilibrio e si ricomincia! Essere resilienti non vuol dire non soffrire…ma saper superare quella sofferenza.

La resilienza è una capacità che si può modificare e allenare: ogni persona può apprendere e sviluppare certi atteggiamenti, pensieri e comportamenti.

Caratteristiche della resilienza

La resilienza è, dunque, una funzione psichica che si modifica nel tempo in rapporto all’esperienza, ai vissuti e, soprattutto, al cambiamento dei meccanismi mentali che la sottendono.

Le persone che riescono meglio a fronteggiare le contrarietà della vita, presentano:

  1. la tendenza a lasciarsi coinvolgere nelle attività:
  2. la convinzione di poter dominare gli eventi che si verificano al punto da non sentirsi in balia degli stessi;
  3. predisposizione ad accettare i cambiamenti.

Queste sono caratteristiche della persona di cui si può avere consapevolezza e perciò possono essere coltivate e incoraggiate. Per questo, la resilienza non è una caratteristica che è presente o assente in un individuo; essa presuppone comportamenti, pensieri ed azioni che possono essere appresi da chiunque.

I fattori costitutivi di alti livelli di resilienza

  • una visione positiva di sé ed una buona consapevolezza sia delle abilità possedute che dei punti di forza del proprio carattere;
  • la capacità di porsi traguardi realistici e di pianificare passi graduali per il loro raggiungimento;
  • adeguate capacità comunicative e di “problem solving”;
  • una buona capacità di controllo degli impulsi e delle emozioni.

 

 

fonte:

 

 

Il disturbo psicosomatico

Da sempre, il disturbo psicosomatico, riveste un ruolo importante tra le malattie psichiche, poiché evidenzia come il corpo sia un perfetto strumento di comunicazione di uno stato di sofferenza mentale o di disagio psichico.

Le emozioni possono essere espresse tramite il corpo? Sì, certamente! Vediamo come: la paura fa sudare freddo, la rabbia fa venire i bollori, l’amore fa battere il cuore o tremare le gambe e l’ansia fa rallentare la salivazione o venire le farfalle allo stomaco, etc. Chiaramente, si tratta di piccoli esempi che mostrano come il corpo è strettamente connesso alle emozioni.

Ai tempi di Freud questa malattia era definita come disturbo di conversione, e per riuscire a capire esattamente cosa si verificava in questi pazienti diede vita a una serie di osservazioni che formano i famosissimi Studi sull’isteria, primo tra tutti il celeberrimo caso di Anna O, ancora oggi studiato e largamente dibattuto.

Insomma, con il termine malattia psicosomatica si indicano tutte quelle forme patologiche che si situano tra lo psichico e il corporeo, e soprattutto mostrano manifestazione di una sintomatologia organica imputabile a un mal funzionamento della psiche.

Immaginiamo, a esempio, una situazione tipica in cui potrebbe verificarsi un disturbo psicosomatico: una rabbia non espressa, inibita, potrebbe essere gestita canalizzandola, attraverso un meccanismo di somatizzazione sul corpo producendo, in questo modo, un sintomo organico come il mal testa ricorrente.

Solitamente questi meccanismi sono determinati dalla presenza di forte stress, da ansia patologica, da paura costante o a un forte disagio. Si attiva, così, il sistema nervoso autonomo, che a sua volta risponde con reazioni vegetative che portano alla manifestazione di problemi fisici, come:

  • disturbi dell’apparato gastrointestinale: quali nausea, vomito, diarrea, colite, ulcera, gastrite, intolleranza a cibi diversi;
  • disturbi dell’alimentazione: quali anoressia, bulimia.
  • disturbi dell’apparato cardiocircolatorio: quali aritmia, ipertensione, tachicardia;
  • disturbi dell’apparato urogenitale: quali dolori e/o irregolarità mestruali, disfunzioni dell’erezione e/o dell’eiaculazione, anorgasmia, enuresi;
  • disturbi dell’apparato muscolare: quali cefalea, crampi, torcicollo, artrite;
  • disturbi della pelle: quali acne, psoriasi, dermatite, prurito, orticaria,
  • disturbi pseudo-neurologici: quali sintomi da conversione come alterazioni della coordinazione e/o dell’equilibrio, paralisi o ipostenie localizzate, difficoltà a deglutire, afonia, cecità, sordità, amnesie;

Le manifestazioni organiche non sono prodotte intenzionalmente né tantomeno sono il frutto di simulazione, ma sono disagi reali. Questi sintomi organici possono portare ad un grado di sofferenza molto elevato in diverse aree del proprio funzionamento, come la vita affettiva, sociale, lavorativa e familiare.

fonte: https://www.stateofmind.it/2015/07/disturbo-psicosomatico-somatizzazione/

2019: buoni propositi!

Mi piace pensare all’anno che inizia come un quaderno nuovo tutto da scrivere, quelli con le copertine belle, curate ed evocative.

E mi piace pensare che l’anno nuovo sia l’occasione per darci nuovi obiettivi, o semplicemente per non dare per scontate le nostre vecchie abitudini. Possiamo provare a fare cose nuove, sperimentarci in un contesto che non c’è abituale, iniziare quella cosa che rimandiamo da tempo…

Chiamiamoli pure buoni propositi…o semplicemente tentativi di superare le paure e fare!

E perciò ecco mie buon propositi per il 2019:

Sfidare l’abitudine: concedermi di provare cose nuove, lasciarmi affascinare dal possibile e dai desideri, affrontando, o almeno riconoscendo quelle paure che mi frenano.

Leggere di più: per diletto e per lavoro. Scoprire nuove cose, mantenere la curiosità e alimentarla ogni giorno.

Rallentare: la vita non può essere una corsa… o quanto meno uno deve poter ogni tanto scendere dalla giostra e vivere il presente piuttosto che esserne trascinato.

Viaggiare: vedere cose belle e nuove, ritagliarsi delle fughe funzionali in cui scoprire che il mondo non finisce nei confini del mio pensato e lasciarmi ancora una volta stupire dalla diversità.

Emozionarmi, che sembra la cosa più banale, ma invece no perché nella frenesia che ci circonda molto spesso ci dimentichiamo di noi e di come stiamo.

Ed infine voglio condividere tempo e parole con le persone a me care…. E coccolare il gatto!

 

Buon 2019

 

Vivere come volare
Ci si può riuscire soltanto poggiando su cose leggere…

Kurt Cobain – Brunori Sas

Imparare le emozioni

Secondo una nuova ricerca, esprimere le emozioni “negative” in maniera sana di fronte ai bambini è meglio che sopprimerle.

Chi di noi non ha mai sentito o pronunciato frasi del tipo “Non di fronte ai bambini”?
Proprio attraverso questa supplica secolare, i genitori sperano di nascondere conflitti o forti emozioni negative di fronte ai propri figli.

 

La nuova ricerca della Washington State University smentisce questo modus operandi ormai interiorizzato dalla maggioranza dei genitori. I ricercatori, al contrario, sostengono l’idea che esprimere le emozioni sia più benefico per l’interazione con i propri figli. Lo studio è stato condotto a San Francisco. Sono stati presi in considerazione 109 madri e padri, e i rispettivi figli.

Prima di tutto, i ricercatori hanno assegnato ai genitori compiti stressanti come parlare in pubblico e ricevere feedback negativi dall’audience. Successivamente, i genitori sono stati coinvolti con i figli in attività di cooperazione, con l’indicazione di sopprimere le proprie emozioni di tanto in tanto

 

E’ emerso che i genitori che tentavano di sopprimere il proprio stress sono risultati compagni meno efficaci e positivi durante il compito. Infatti, essi fornivano meno indicazioni ai bambini e i bambini, a loro volta, erano meno reattivi e meno positivi verso i genitori.

 

Per quanto riguarda i bambini e le emozioni, molte ricerche precedenti hanno dimostrato che i bambini sono molto abili nell’acquisire “informazioni emotive” dai loro genitori. Perciò, se il bambino sente che è successo qualcosa di negativo e in maniera incongrua, il genitore agisce come se non fosse successo nulla, il bambino si sentirà confuso. Così facendo, il genitore manderà un messaggio ambiguo al proprio figlio.

 

Pertanto, i ricercatori sostengono che piuttosto che sopprimere le emozioni, la migliore scelta sarebbe mostrare ai propri figli l’intera traiettoria di una sana discussione, dal suo inizio alla sua risoluzione.

E’ consigliabile, quindi, insegnare ai bambini a regolare le proprie emozioni e a risolvere i problemi, sottolineando che i problemi non sono da evitare ma, al contrario, si possono risolvere. E’ giusto far capire che le emozioni negative esistono, che è normale provarle e che possiamo trovare una soluzione per migliorare il nostro stato d’animo.

 

FONTE: http://www.stateofmind.it/2018/12/bambini-emozioni-famiglia/