Il male di vivere: la depressione

 

Il disturbo depressivo indica l’emergere  di forti emozioni legate alla dimensione di colpa, vergogna, e rabbia, vissute con un pervasivo senso di tristezza e disperazione. Queste emozioni interferiscono potentemente con la visione del mondo e con le capacità cognitive e di interazione sociale.

La crisi depressiva rappresenta quindi un momento di perturbazione dell’equilibrio personale e può evolvere sia verso esiti di cambiamento che permettono  un equilibrio più funzionale (crisi utile), sia verso un collasso delle proprie capacità di organizzare in modo adattivo la visione del mondo e il senso dell’esistenza.

Nel DSM 5, uno dei principali manuali diagnostici per i disturbi mentali, per la diagnosi di Depressione maggiore vengono riportati i seguenti sintomi:

  • Umore depresso per la maggior parte della giornata (es. sentirsi triste, vuoto, senza speranza).
  • Diminuzione dell’interesse o del piacere nel fare qualsiasi cosa.
  • Perdita di peso o alterazioni dell’appetito (aumento o diminuzione significativi)
  • Sensazione di fatica e di perdita delle energie
  • Bassa autostima e sensi di colpa eccessivi
  • Maggior difficoltà nel pensare e restare concentrati, oppure patologica indecisione.
  • Ricorrenti pensieri di morte.

La sintomatologia tipicamente è più intensa al mattino e migliora nel corso della giornata, ma vi sono delle eccezioni.

Non è però necessario presentare tutti questi sintomi perché si parli di depressione maggiore, perché questa può manifestarsi con diversi livelli di intensità. Alcune persone, per esempio, possono presentare sintomi depressivi di bassa intensità come risposta fisiologica a gravi eventi di perdita o comunque di cambiamento. Altri, invece, possono sperimentare un numero elevato di sintomi, con una maggiore intensità, così da non riuscire più a svolgere le normali attività quotidiane.

In ogni caso non siamo di fronte ad un fisiologico calo dell’umore, ma ad una patologia vera e propria, che va ad inficiare la qualità della vita e il nostro modo di funzionare, sia nell’ambito lavorativo, sia nel contesto familiare e sociale.

 

Nella depressione i sintomi sono molto simili per tutti, ma, nonostante ciò, si generano e si stabilizzano per ogni persona per una ragione unica ed individuale.

La psicoterapia parte proprio da questo principio, individuando l’origine del malessere soggettivo e valorizzando le personali esperienze vissute dal paziente, perché a parità di esperienza, non è detto che tutti sviluppino determinate reazioni e determinati sintomi. Un percorso terapeutico sarà inoltre in grado di individuare le personali risorse del soggetto, affinché possa, nel più breve tempo possibile, riprendere le normali attività quotidiane e stabilizzare nuovamente l’umore.

Accanto alla psicoterapia, il trattamento farmacologico può rivestire un ruolo importante nelle fasi preliminari del trattamento, perché permette al soggetto di inibire la sintomatologia che inizialmente occupa gran parte dei propri pensieri.

Che ansia!

L’ansia non è altro che una reazione di eccessiva preoccupazione di fronte ad un evento che normalmente non viene considerato spaventoso. Il soggetto che la sperimenta non è in grado di spiegarsela e lui stesso la ritiene ingiustificata, o quantomeno sproporzionata o indesiderata.

In alcuni casi l’ansia può dar vita a vere e proprie fobie, cioè tende a svilupparsi in circostanze ben precise (luoghi, oggetti, situazioni), originando anche attacchi di panico. Nell’attacco di panico la persona sperimenta una sensazione di intensa paura e disagio, accompagnata anche da sintomi somatici come palpitazione, sudorazioni, dolore o fastidio al petto, nausea, vertigini, tremori, sensazione di asfissia. La percezione è che stia per accadere qualcosa di pericoloso o catastrofico e che sia necessario allontanarsi da dove ci si trova. Ciò porta poi la persona ad evitare le circostanze che ritiene causa d’ansia, vivendo così con mille limitazioni, stretta in una gabbia soffocante.

In altri casi, invece, l’ansia può diventare generalizzata, perché non è più circoscritta a determinate situazioni, ma al contrario riguarda numerosi eventi e circostanze. Le preoccupazioni, in questo caso, sono numerose e al termine di una ce n’è subito un’altra; sono accompagnate da emozioni di allarme, di inquietudine e a volte da sintomi somatici come bocca asciutta, tachicardia, sudorazione, nausea, diarrea, difficoltà a deglutire e nodo alla gola. Proprio queste sensazioni fisiche possono a volte creare allarme perché sono confuse con manifestazioni di vere e proprie malattie e portano a richiedere l’intervento del medico di base o di altri professionisti, come il cardiologo o il gastroenterologo. Inoltre non è da sottovalutare che l’ansia stessa può diventare fonte di ansia, perché si finisce con l’essere preoccupati per le proprie preoccupazioni con pensieri come “…. Non riuscirò a controllare questa preoccupazione; … non smetterò mai di preoccuparmi; …. Starò male se continuerò a preoccuparmi così”.  Il tutto genera perciò un circolo vizioso che finisce con l’aggravare i sintomi e le difficoltà quotidiane.

TERAPIA

Nell’ansia  i sintomi sono molto simili per tutti, ma, nonostante ciò, si generano e si stabilizzano per ogni persona per una ragione unica ed individuale.

La psicoterapia parte proprio da questo principio, individuando l’origine del malessere soggettivo e valorizzando le personali esperienze vissute dal paziente, perché a parità di esperienza, non è detto che tutti sviluppino determinate reazioni e determinati sintomi. Un percorso terapeutico sarà inoltre in grado di individuare le personali risorse del soggetto, affinché possa, nel più breve tempo possibile, riprendere le normali attività quotidiane e stabilizzare nuovamente l’umore.

Accanto alla psicoterapia, il trattamento farmacologico può rivestire un ruolo importante nelle fasi preliminari del trattamento, perché permette al soggetto di inibire la sintomatologia che inizialmente occupa gran parte dei propri pensieri.

Ricordando…

Cosa sono i ricordi?

Beh, i ricordi sono la nostra storia, la nostra narrazione…

Sono quello che siamo stati e influiscono su quello che potremmo essere.

Tutti noi abbiamo molti ricordi costuditi nella nostra mente… e tutti inevitabilmente sono colorati dalle emozioni.

Alcuni ricordi sono felici: il nostro primo giorno di scuola, la carezza di un nonno, il primo amore, l’abbraccio ad un figlio….

Alcuni ricordi sono dei profumi, che ci accarezzano e ci riportano nel passato. L’olfatto è un potente attivatore di quello che è stato… ci sono odori che non si dimenticano: l’odore di erba tagliata, per esempio, mi riporta alla mia infanzia e mi attiva una nostalgica felicità per quella libertà e spensieratezza che è tipica dei bambini; mi coccola e nello stesso tempo mi pizzica, mi scalda e poi mi brucia quando mi rendo conto che alcune cose non torneranno più.

I ricordi sono così: ci sfregano il viso come il vento e la pioggia in una giornata afosa….  Come un temporale estivo…. Ci rinfrescano, ma ci possono spaventare per la loro potenza.

Anche perché non sempre i ricordi sono felici!

La nostra vita è purtroppo costellata da eventi che preferiremmo non fossero accaduti, che vorremmo dimenticare e che ci possono ancora dopo tempo infliggere tristezza.

Quando il ricordo di questi eventi ritorna a galla è come se fossimo di nuovo nel bel mezzo della tempesta… e spesso l’unica cosa che cerchiamo di fare è scappare dalla nostra mente e da quelle emozioni che proviamo.

Eppure pesiamoci, che male può farci un ricordo? non siamo più nella tempesta…. Quella l’abbiamo superata e ci ha resi in fondo quello che siamo ora

Rimangono le emozioni… ma queste non possono che accompagnarci… a volte ci scalderanno come sa fare il sole nelle giornate di primavera…altre volte ci scotteranno

Ma ci priveremmo del sole perché a volte ci brucia?

Essere resilienti

 

Non sappiamo quanto sale la vita può riservarci; l’unica cosa che sappiamo è che un cucchiaio si sale in un bicchiere d’acqua rende questa amara. La stessa quantità sciolta in un lago nemmeno si percepisce.

Questa è la resilienza: la nostra capacità di far fronte alle difficoltà della vita e di riorganizzarci in modo adattivo…  In altre parole: quanta acqua siamo in grado di aggiungere al sale.

Noi tutti siamo resilienti: gli esseri umani hanno la capacità innata di superare traumi, lutti o incidenti. Certo non è immediato e si ha bisogno di tempo..ma si va avanti, si trova un nuovo equilibrio e si ricomincia! Essere resilienti non vuol dire non soffrire…ma saper superare quella sofferenza.

La resilienza è una capacità che si può modificare e allenare: ogni persona può apprendere e sviluppare certi atteggiamenti, pensieri e comportamenti.

Caratteristiche della resilienza

La resilienza è, dunque, una funzione psichica che si modifica nel tempo in rapporto all’esperienza, ai vissuti e, soprattutto, al cambiamento dei meccanismi mentali che la sottendono.

Le persone che riescono meglio a fronteggiare le contrarietà della vita, presentano:

  1. la tendenza a lasciarsi coinvolgere nelle attività:
  2. la convinzione di poter dominare gli eventi che si verificano al punto da non sentirsi in balia degli stessi;
  3. predisposizione ad accettare i cambiamenti.

Queste sono caratteristiche della persona di cui si può avere consapevolezza e perciò possono essere coltivate e incoraggiate. Per questo, la resilienza non è una caratteristica che è presente o assente in un individuo; essa presuppone comportamenti, pensieri ed azioni che possono essere appresi da chiunque.

I fattori costitutivi di alti livelli di resilienza

  • una visione positiva di sé ed una buona consapevolezza sia delle abilità possedute che dei punti di forza del proprio carattere;
  • la capacità di porsi traguardi realistici e di pianificare passi graduali per il loro raggiungimento;
  • adeguate capacità comunicative e di “problem solving”;
  • una buona capacità di controllo degli impulsi e delle emozioni.

 

 

fonte:

 

 

Il disturbo psicosomatico

Da sempre, il disturbo psicosomatico, riveste un ruolo importante tra le malattie psichiche, poiché evidenzia come il corpo sia un perfetto strumento di comunicazione di uno stato di sofferenza mentale o di disagio psichico.

Le emozioni possono essere espresse tramite il corpo? Sì, certamente! Vediamo come: la paura fa sudare freddo, la rabbia fa venire i bollori, l’amore fa battere il cuore o tremare le gambe e l’ansia fa rallentare la salivazione o venire le farfalle allo stomaco, etc. Chiaramente, si tratta di piccoli esempi che mostrano come il corpo è strettamente connesso alle emozioni.

Ai tempi di Freud questa malattia era definita come disturbo di conversione, e per riuscire a capire esattamente cosa si verificava in questi pazienti diede vita a una serie di osservazioni che formano i famosissimi Studi sull’isteria, primo tra tutti il celeberrimo caso di Anna O, ancora oggi studiato e largamente dibattuto.

Insomma, con il termine malattia psicosomatica si indicano tutte quelle forme patologiche che si situano tra lo psichico e il corporeo, e soprattutto mostrano manifestazione di una sintomatologia organica imputabile a un mal funzionamento della psiche.

Immaginiamo, a esempio, una situazione tipica in cui potrebbe verificarsi un disturbo psicosomatico: una rabbia non espressa, inibita, potrebbe essere gestita canalizzandola, attraverso un meccanismo di somatizzazione sul corpo producendo, in questo modo, un sintomo organico come il mal testa ricorrente.

Solitamente questi meccanismi sono determinati dalla presenza di forte stress, da ansia patologica, da paura costante o a un forte disagio. Si attiva, così, il sistema nervoso autonomo, che a sua volta risponde con reazioni vegetative che portano alla manifestazione di problemi fisici, come:

  • disturbi dell’apparato gastrointestinale: quali nausea, vomito, diarrea, colite, ulcera, gastrite, intolleranza a cibi diversi;
  • disturbi dell’alimentazione: quali anoressia, bulimia.
  • disturbi dell’apparato cardiocircolatorio: quali aritmia, ipertensione, tachicardia;
  • disturbi dell’apparato urogenitale: quali dolori e/o irregolarità mestruali, disfunzioni dell’erezione e/o dell’eiaculazione, anorgasmia, enuresi;
  • disturbi dell’apparato muscolare: quali cefalea, crampi, torcicollo, artrite;
  • disturbi della pelle: quali acne, psoriasi, dermatite, prurito, orticaria,
  • disturbi pseudo-neurologici: quali sintomi da conversione come alterazioni della coordinazione e/o dell’equilibrio, paralisi o ipostenie localizzate, difficoltà a deglutire, afonia, cecità, sordità, amnesie;

Le manifestazioni organiche non sono prodotte intenzionalmente né tantomeno sono il frutto di simulazione, ma sono disagi reali. Questi sintomi organici possono portare ad un grado di sofferenza molto elevato in diverse aree del proprio funzionamento, come la vita affettiva, sociale, lavorativa e familiare.

fonte: https://www.stateofmind.it/2015/07/disturbo-psicosomatico-somatizzazione/

2019: buoni propositi!

Mi piace pensare all’anno che inizia come un quaderno nuovo tutto da scrivere, quelli con le copertine belle, curate ed evocative.

E mi piace pensare che l’anno nuovo sia l’occasione per darci nuovi obiettivi, o semplicemente per non dare per scontate le nostre vecchie abitudini. Possiamo provare a fare cose nuove, sperimentarci in un contesto che non c’è abituale, iniziare quella cosa che rimandiamo da tempo…

Chiamiamoli pure buoni propositi…o semplicemente tentativi di superare le paure e fare!

E perciò ecco mie buon propositi per il 2019:

Sfidare l’abitudine: concedermi di provare cose nuove, lasciarmi affascinare dal possibile e dai desideri, affrontando, o almeno riconoscendo quelle paure che mi frenano.

Leggere di più: per diletto e per lavoro. Scoprire nuove cose, mantenere la curiosità e alimentarla ogni giorno.

Rallentare: la vita non può essere una corsa… o quanto meno uno deve poter ogni tanto scendere dalla giostra e vivere il presente piuttosto che esserne trascinato.

Viaggiare: vedere cose belle e nuove, ritagliarsi delle fughe funzionali in cui scoprire che il mondo non finisce nei confini del mio pensato e lasciarmi ancora una volta stupire dalla diversità.

Emozionarmi, che sembra la cosa più banale, ma invece no perché nella frenesia che ci circonda molto spesso ci dimentichiamo di noi e di come stiamo.

Ed infine voglio condividere tempo e parole con le persone a me care…. E coccolare il gatto!

 

Buon 2019

 

Vivere come volare
Ci si può riuscire soltanto poggiando su cose leggere…

Kurt Cobain – Brunori Sas

Imparare le emozioni

Secondo una nuova ricerca, esprimere le emozioni “negative” in maniera sana di fronte ai bambini è meglio che sopprimerle.

Chi di noi non ha mai sentito o pronunciato frasi del tipo “Non di fronte ai bambini”?
Proprio attraverso questa supplica secolare, i genitori sperano di nascondere conflitti o forti emozioni negative di fronte ai propri figli.

 

La nuova ricerca della Washington State University smentisce questo modus operandi ormai interiorizzato dalla maggioranza dei genitori. I ricercatori, al contrario, sostengono l’idea che esprimere le emozioni sia più benefico per l’interazione con i propri figli. Lo studio è stato condotto a San Francisco. Sono stati presi in considerazione 109 madri e padri, e i rispettivi figli.

Prima di tutto, i ricercatori hanno assegnato ai genitori compiti stressanti come parlare in pubblico e ricevere feedback negativi dall’audience. Successivamente, i genitori sono stati coinvolti con i figli in attività di cooperazione, con l’indicazione di sopprimere le proprie emozioni di tanto in tanto

 

E’ emerso che i genitori che tentavano di sopprimere il proprio stress sono risultati compagni meno efficaci e positivi durante il compito. Infatti, essi fornivano meno indicazioni ai bambini e i bambini, a loro volta, erano meno reattivi e meno positivi verso i genitori.

 

Per quanto riguarda i bambini e le emozioni, molte ricerche precedenti hanno dimostrato che i bambini sono molto abili nell’acquisire “informazioni emotive” dai loro genitori. Perciò, se il bambino sente che è successo qualcosa di negativo e in maniera incongrua, il genitore agisce come se non fosse successo nulla, il bambino si sentirà confuso. Così facendo, il genitore manderà un messaggio ambiguo al proprio figlio.

 

Pertanto, i ricercatori sostengono che piuttosto che sopprimere le emozioni, la migliore scelta sarebbe mostrare ai propri figli l’intera traiettoria di una sana discussione, dal suo inizio alla sua risoluzione.

E’ consigliabile, quindi, insegnare ai bambini a regolare le proprie emozioni e a risolvere i problemi, sottolineando che i problemi non sono da evitare ma, al contrario, si possono risolvere. E’ giusto far capire che le emozioni negative esistono, che è normale provarle e che possiamo trovare una soluzione per migliorare il nostro stato d’animo.

 

FONTE: http://www.stateofmind.it/2018/12/bambini-emozioni-famiglia/

 

Cortisone e psiche

Il cortisone appartiene al gruppo di farmaci corticosteroidi dotati di proprietà immunodepressive (abbassano le difese immunitarie) e antinfiammatorie: per questo vengono largamente usati in medicina per trattare patologie quali l’asma e le varie forme allergiche.

È bene ricordare che l’assunzione intensiva e protratta nel tempo di cortisone può avere vari effetti collaterali sul suo umore e sulla sua psiche. Di conseguenza è bene assumere questa sostanza sotto controllo medico e sempre nelle dosi indicate dalle prescrizioni.

Gli effetti collaterali sull’umore di lieve entità, dovuti a un trattamento di massimo una settimana (una singola dose non ha effetti collaterali), sono un leggero aumento dell’eccitabilità e un aumento dell’appetito. In molti pazienti danno un senso di euforia, insonnia, desiderio di fare, mentre in una minoranza possono comparire segni di ansietà e depressione.  Effetti gravi possono essere euforia estrema e la limitazione della capacità di giudizio, simile a una psicosi depressiva maniacale.

Non tutti coloro i quali assumono steroidi sistemicamente hanno queste gravi reazioni, ma probabilmente molti subiscono dei sottili cambiamenti d’umore come  nervosismo, insonnia, ansia e altre alterazioni mentali lievi.

Essere consapevoli degli efetti colaterali che il cortisone ha sull’umore è importante perchè permette di comprendere meglio le sensazioni he si stanno sperimentando. Capita, infatti, che le persone si spaventino molto per i sintomi che stanno sviluppando e inizino a percepirsi come vulnerabili ed insicuri, con un’ulteriore aumento dell’ansia e della preoccupazione. In questi casi può essere utile, oltre il consulto del medico che ha prescritto il cortisone, rivolgersi ad uno specialista della salute mentale, come psichiatra e psicoterapeuta.

 

 

Il lutto: quando mente e corpo soffrono

La perdita di un coniuge può avere effetti devastanti non solo sulla salute psicologica, ma anche su quella fisica, o almeno questo è quanto afferma un recentissimo studio effettuato dalla Rice University di Houston, Texas

Il campione oggetto di studio ha coinvolto 99 soggetti (sia uomini che donne) che avevano perso il compagno o la compagna nei 3-4 mesi precedenti all’indagine.

La procedura sperimentale prevedeva che, in seguito ad un’intervista preliminare, fossero prelevati a ciascun soggetto dei campioni di sangue. Successivamente i ricercatori hanno diviso la totalità dei partecipanti in due sottogruppi: il primo gruppo era costituito da coloro che mostravano maggiori comportamenti di sofferenza a seguito del decesso del coniuge (ad esempio difficoltà a superare l’accaduto, incapacità di accettare il lutto, presenza di flashback di episodi vissuti con il coniuge seguiti da umore negativo, etc.); il secondo gruppo invece raccoglieva i soggetti che, al contrario, non presentavano tali sintomi.

Tramite il prelievo ed il successivo confronto dei campioni di sangue è stato possibile dimostrare come i soggetti del gruppo che soffriva maggiormente il lutto mostravano un livello di infiammazioni corporee generalizzate più alto del 17% rispetto ai membri dell’altro gruppo. In questo modo sembrerebbe che la sofferenza vissuta a causa del lutto correli positivamente con il livello di infiammazioni corporee.

Secondo gli autori dello studio, si tratta della prima volta in cui è possibile confermare grazie ad uno studio sperimentale che il dolore di un lutto, indipendentemente dai sintomi depressivi, conduce ad una maggiore probabilità di incorrere in infiammazioni corporee di diversa natura, che a loro volta possono essere causa di problemi di salute ancora più gravi.

Da un punto di vista pratico, la principale implicazione che ne consegue è che si delinea la possibilità di poter individuare poco dopo il lutto i soggetti nei quali la sofferenza psicologica può portare ad un’aumentata probabilità di incorrere in problemi di salute quali attacchi cardiaci e ictus. La possibilità di individuare la popolazione a rischio implica anche la possibilità di poter intervenire tempestivamente, tramite interventi comportamentali o farmacologici, per ridurre la sofferenza e quindi i rischi per la salute.

 

Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2018/11/lutto-coniuge-conseguenze-fisiche/

Uffa…sto arrossendo!

Succede all’improvviso, nelle conversazioni di lavoro, dopo un complimento o quando l’attenzione ricade improvvisamente su di noi. Ma perché l’imbarazzo ci tinge le guance di rosso? Come mai arrossiamo proprio quando vorremmo passare inosservati? Perché non riusciamo a controllare questa reazione (come si forza una risata, o un broncio)?

Fisiologicamente, arrossiamo quando l’adrenalina fa allargare i capillari che trasportano il sangue alla pelle. Alcuni scienziati riconducono questa reazione a un meccanismo di “attacco o fuga”: in circostanze in cui vorremmo scappare o metterci sulla difensiva, finiamo per “indossare” il nostro imbarazzo direttamente sul volto. Ma questo non basta a spiegare un meccanismo tanto diffuso, quanto poco conosciuto.
Per Ray Crozier, psicologo esperto di timidezza, arrossire è un modo per veicolare un messaggio, più o meno consciamente: è quella situazione in cui ci troviamo, per esempio, quando un amico insiste nel voler raccontare ad altri come la pensiamo su un tema, nel momento meno opportuno per farlo. Ma si arrossisce anche per rabbia, dolore o mortificazione; o quando siamo interessati a o disgustati da una persona, ma vorremmo nasconderlo.

Se il rossore è un compagno costante, e arriva nelle situazioni sociali meno opportune, può diventare motivo di disagio (l’eritrofobia è la paura morbosa di arrossire) o creare spiacevoli circoli viziosi: spesso chi arrossisce in modo vistoso sviluppa il timore di arrossire in determinate situazioni, e finisce per cascarci ancora più spesso.

Essendo una risposta automatica del nostro organismo non esiste una vera e propria ricetta per evitare di arrossire, ma si può affrontarlo con la psicoterapia e con alcuni accorgimenti. possono mettere in atto alcuni accorgimenti: Si può, ad esempio, respirare profondamente, tenere il nostro corpo “al fresco”, avere consapevolezza delle situazioni nelle quali arrossiamo per cercare di evitarle, oppure addirittura richiamare l’attenzione degli altri sul nostro arrossire, cosa che paradossalmente può aiutarci. Un’altra cosa che può aiutarci infine è tenere a mente che molte persone trovano affascinante chi arrossisce, e forse sapere questo può farci vivere più serenamente questo tipo di eventi.

FONTE: www.focus.it/comportamento/psicologia/rossore-imbarazzo-e-timidezza-ecco-perche-arrossiamo