La stimolazione cognitiva e il Mild Cognitive Impairment (MCI)

La Mild Cognitive Impairment (MCI) è una condizione clinica che è stata inquadrata negli anni dai vari studiosi in modi diversi e con classificazioni diverse al fine di giungere in modo sempre più dettagliato e preciso alla definizione di una condizione pre-demenza sulla quale poter intervenire.

Secondo alcuni studi, non tutti i pazienti affetti da Mild Cognitive Impairment convertono verso la demenza, il 60% di loro rimane infatti cognitivamente stabile in un arco temporale di 2-3 anni  e pare addirittura, secondo altri studi, che il 44% dei soggetti definiti MCI torni ad una condizione di normalità dopo un anno.

Il fatto che esistano in letteratura numerosi studi relativi alla stabilità cognitiva e alla reversibilità dei soggetti affetti da Mild Cognitive Impairment potrebbe essere dovuto al fatto che molti sono i fattori, oltre alla malattia neurodegenerativa, che possono influenzare le prestazioni cognitive nella popolazione anziana, come ad esempio la scolarità, i fattori di rischio vascolare, lo stato psichiatrico, l’assunzione di farmaci anticolinergici, il background genetico, i cambiamenti ormonali.

Nonostante questi dati, il decadimento cognitivo lieve può essere considerato comunque un fattore di rischio per la demenza. Secondo alcuni studi infatti, circa la metà dei soggetti in questa condizione sviluppa diagnosi di demenza conclamata, con un tasso di passaggio del 10-15% per anno, per salire a percentuali variabili dal 20 al 50% in 2-3 anni.

È proprio in quest’ottica che si inquadra il grande interesse nei confronti del Mild Cognitive Impairment, inteso come entità clinica ad alto rischio per lo sviluppo di demenza.

Criteri diagnostici

La prevalenza del MCI nella popolazione anziana varia dal 3% al 6% a seconda dei criteri e dei metodi usati per la diagnosi ed esistono una serie di criteri operativi per definire il Mild Cognitive Impairment, in particolare:

  • presenza di un disturbo soggettivo di memoria, preferibilmente confermato da un familiare
  • deficit di memoria maggiore di quello che ci si aspetterebbe nei soggetti di pari età e scolarità, definito in termini di prestazioni inferiori al gruppo di controllo
  • normale funzionamento cognitivo generale
  • normali capacità di eseguire attività nella vita quotidiana
  • assenza di demenza
  • assenza di altre condizioni morbose che possano spiegare il disturbo di memoria (ad es. depressione, malattie endocrine ecc.)

Tali criteri selezionano un gruppo di pazienti le cui difficoltà di memoria sono molto simili a quelle dei pazienti affetti da Demenza di Alzheimer (AD), mentre il funzionamento cognitivo generale appare molto più simile a quello dei soggetti sani.

Compromissione cognitiva e funzionale

Per quanto riguarda il deficit cognitivo dei pazienti affetti da Mild Cognitive Impairment, come detto in precedenza, possono essere coinvolti diversi domini cognitivi.

Le difficoltà mnestiche spesso rappresentano il sintomo principale. Il deficit di memoria descritto negli MCI è primariamente a carico della cosiddetta memoria a lungo termine dichiarativa, ovvero di quella memoria accessibile alla consapevolezza, riguardante fatti o eventi della propria vita e memorie relative al proprio bagaglio di informazioni generali. Il deficit di memoria a lungo termine può essere dovuto a difficoltà nella fase di codifica delle nuove informazioni, a un rapido oblio a carico delle nuove informazioni, oppure a una maggior sensibilità alle interferenze esterne.

I soggetti affetti da Mild Cognitive Impairment, quindi, dimenticano più spesso informazioni acquisite, faticano a ricordare eventi socialmente importanti, perdono facilmente il filo dei propri pensieri o di una conversazione in corso e hanno, inoltre, difficoltà nel prendere decisioni, pianificare o compiere un dato compito e portare a termine istruzioni impartitegli.

Come già specificato, le persone affette da MCI, oltre a presentare difficoltà cognitive legate alla memoria o ad altre funzioni, possono presentare un grado di difficoltà funzionale che però non interferisce con le loro normali attività della vita quotidiana. Stimare il grado di compromissione funzionale del paziente appare difficile. Alcuni studi epidemiologici mostrano che negli individui con MCI è frequente una lieve difficoltà nello svolgere le attività quotidiane, ad esempio attività sociali o gestione delle proprie finanze, già due anni prima della diagnosi. La difficoltà in altre attività come ad esempio usare il telefono, assumere correttamente i farmaci prescritti e guidare l’automobile è più facile che si manifesti in una fase avanzata della malattia segnando il passaggio a una demenza.

Il trattamento: stimolazione e training cognitivo

La possibilità di identificare precocemente i pazienti affetti da MCI risulta oggi particolarmente importante poiché l’intervento in questa fase permetterebbe di rallentare la progressione della malattia e mantenere una buona qualità della vita, prolungandone la durata.

A causa della difficoltà dei rimedi farmacologici nel prevenire o trattare la demenza, oggi molte ricerche si occupano di verificare l’efficacia di interventi come l’esercizio fisico e il trattamento cognitivo. Quest’ultimo, in particolare, pare essere un campo all’interno del quale negli ultimi anni la ricerca si sta muovendo al fine di trovare alternative valide e maggiormente efficaci alla cura farmacologica nella prevenzione della demenza. Tra le tecniche riabilitative per pazienti affetti da deterioramento cognitivo di vario grado si distinguono 3 categorie:

  • Training cognitivo: compiti specifici e guidati che riflettono determinate funzioni cognitive (memoria, attenzione, problem solving, funzioni esecutive) con lo scopo di migliorare o almeno mantenere la specifica funzione e con la possibilità di generalizzare i risultati alla vita quotidiana. Il training cognitivo può essere svolto sia singolarmente che in gruppo, a mano (con carta e matita) o al computer e può comprendere lo svolgimento di attività che ricordano quelle della vita quotidiana del soggetto
  • Stimolazione cognitiva: coinvolgimento dei pazienti in attività create per incrementare le funzioni cognitive e sociali senza utilizzare tecniche specifiche. Essa si basa su un’autovalutazione, in cui i soggetti indicano il loro grado di partecipazione ad una serie di attività voluttuarie o sociali
  • Riabilitazione cognitiva:programmi di esercizi individualizzati con lo scopo di insegnare al soggetto come superare le disabilità conseguenti al deficit cognitivo.

Sia il training cognitivo che la stimolazione cognitiva sono potenzialmente applicabili a soggetti normali o con deterioramento cognitivo lieve a scopo di aumentare le loro prestazioni e prevenire l’eventuale insorgenza o progressione verso il deterioramento cognitivo.

Il concetto di training cognitivo si basa sul presupposto che attraverso una serie di esercizi ripetuti gli individui possano migliorare le prestazioni mentali, così come avviene per il sistema motorio grazie all’esercizio sportivo. Considerando il training cognitivo da un punto di vista riabilitativo, uno degli aspetti più interessanti è la possibilità non solo di migliorare abilità apprese ma anche di apprenderne di nuove, grazie alle quali la persona possa adattarsi meglio all’ambiente. Il training cognitivo determina anche un aumento della plasticità cerebrale, che è il principale presupposto di una più ampia possibilità di riabilitazione delle funzioni intellettive.

 

Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2018/07/mild-cognitive-impairment-training-cognitivo/